26.02.2007

Egitto, blogger condannato: le reazioni

Egitto, blogger condannato: le reazioni

Le associazioni umanitarie si muovono. RSF consiglia all'ONU di rifiutare l'ospitalità che il paese ha offerto per l'Internet Governance Forum del 2009

Roma - L'Egitto rischia un danno clamoroso alla propria immagine per la condanna a 4 anni di carcere per un blogger di 22 anni che riteneva di potersi esprimere in libertà. Sta infatti montando ma solo in rete l'indignazione per una sentenza che tutti gli osservatori ritengono oltremodo severa e che sta scaldando quanto mai gli animi della blogosfera egiziana, già impegnata a denunciare pubblicamente il modo in cui vengono trattati dalle forze di polizia, compresi episodi di brutalità (vedi video in calce).

Il caso del giovane Kareem Amer, al secolo Abdel Kareem Nabil Suleiman (nella foto qui sotto), reso noto nella regione dall'emittente Al Jazeera, sta stimolando una ridda di commenti.

Sandmonkey, blogger che ha seguito il processo per Pajamas Media, dà a tutti il benvenuto in quello che definisce clima del Medioriente. Presente al processo, racconta che i giornalisti si sono precipitati fuori dall'aula di tribunale, interessatissimi ad intervistare i passanti, tutti soddisfatti e pronti a infervorarsi contro il giovane sobillatore.

Identica a quella di Sandmonkey l'impressione riguardo al clima locale del blogger Big Pharaoh, secondo cui Kareem non gode della simpatia dei suoi concittadini, più avvezzi alla severità delle autorità pseudodemocratiche che al concetto di libertà di espressione. E di mezzo ci finisce anche la difesa dell'Islam, tirata in ballo in uno dei post di Kareem sconfessato persino da suo padre.

Il bloggerFra coloro che invocano la legge religiosa, riporta Freekareem.org, il sito che raccoglie i sostenitori di Kareem, c'è infatti proprio il padre del blogger. Lo ha disconosciuto, si è presentato al processo con gli alti figli, il Corano saldo nella mente, e ha invocato l'applicazione della Sharia: tre giorni per pentirsi, o la condanna a morte.

Ma è l'immagine del paese a risentirne. Le reazioni fuori dall'Egitto sono infatti di segno del tutto diverso: sono innumerevoli i blogger che commentano e aggiornano, accorati, riguardo all'evento; si sono moltiplicate le petizioni e le manifestazioni (una si è svolta anche in Italia, lo testimonia un video su YouTube), si sono mosse la associazioni per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International.

Reporters sans Frontiéres (RSF) è ancor più critica: definisce l'esito del processo un disonore per l'Egitto, mettendo in luce l'incoerenza fra le convenzioni internazionali ratificate dal paese e l'articolo della Costituzione che dovrebbe tutelare la libertà di espressione, che cozzano con la selva di leggi che delimitano la libertà di espressione e rendono la sua tutela inefficace. Un'incoerenza che si rispecchia ulteriormente nelle promesse del presidente Mubarak, che proprio tre anni fa annunciava di voler temperare le pene per i reati a mezzo stampa. Nulla si è smosso finora.

Ma le dissonanze non terminano qui, sottolinea RSF. Si inquadrano in quella che sembra una "tradizione del paradosso", che adombra gli afflati libertari della Nazioni Unite, volti a tutelare la libertà della Rete. La Tunisia è stata sede del World Summit on the Information Society (WSIS), pur essendo un paese prono alle censure digitali. In Grecia si è inaugurato il primo Internet Governance Forum (IGF), mentre veniva arrestato l'amministratore di un aggregatore di notizie per aver pestato i piedi, involontariamente, ad un personaggio influente.

L'Egitto è nella lista dei tredici nemici di Internet stilata da RSF: arresta e condanna blogger in maniera disinvolta, e nel 2009 si prevede ospiterà l'Internet Governance Forum per discutere della necessità che l'informazione fluisca libera in Rete. RSF chiede che le Nazioni Unite prendano posizione e rifiutino l'offerta di ospitalità dell'Egitto, per non screditarsi e per lanciare un segnale affinché qualcosa si smuova.

Gaia Bottà
Publié dans "Punto informatico".

Blog à part

Blog à part

La liberté de la presse était déjà bien mince en Égypte. Avec la condamnation à quatre ans de prison prononcée hier par le tribunal d’Alexandrie contre un blogueur pour avoir « incité à la haine de l’islam » et insulté le président égyptien Hosni Moubarak sur Internet, c’est la liberté d’expression qu’offre Internet qui est cette fois visée. Incarcéré depuis novembre dernier à cause de huit articles diffusés sur son blog, Abdel Karim Souleïman, un ancien étudiant en droit âgé d’une vingtaine d’années, était le premier blogueur à comparaître devant un tribunal en Égypte. Le tribunal lui reproche d’avoir affirmé que l’université Al Azhar du Caire, qui fait autorité dans la communauté sunnite, diffusait des idées extrémistes et s’en être pris à Moubarak en le comparant à un pharaon. Des organisations des droits de l’homme et des blogueurs membres de l’opposition craignent que la condamnation de Souleïman ne fasse jurisprudence et entrave la liberté d’expression sur Internet. « C’est une jurisprudence dangereuse car elle aura des répercussions sur le seul espace de liberté dont nous disposons, que constitue Internet », a estimé un blogueur. Après l’organisation en Tunisie du Sommet mondial sur la société de l’infor- mation (SMSI) en 2005, l’ONU serait bieninspiré de ne pas donner suite à la candidature égyptienne d’organiser le forum sur la gouvernance d’Internet (IGF) en 2009.

Nicolas Guillermin

Article publié dans l'édition du 23 février de l'Humanité.

09.09.2006

9 septembre 2006 (Dans deux jours…)

Dans deux jours le monde fêtera la haine, et les terroristes pourront célébrer leur victoire. Car les tours jumelles n’en finissent pas de tomber sur les visages des autres, tous les autres : autre religion, autre nationalité, autre ethnie, autre culture…

Jamais l’égoïsme n’aura autant triomphé, et avec lui le terrorisme. L’objet du terrorisme n’est-il pas de déstabiliser les systèmes (quels qu’ils soient) auxquels il s’attaque ? Et les systèmes politiques et sociaux, les peuples, les sociétés, les états ne sont-ils pas essentiellement fondés sur la solidarité ?

Le 11 septembre 2001, plus de trois mille civils étaient emportés dans un acte de barbarie sans nom. Certes. Mais cela ne donne pas aux états, et surtout pas au plus puissants d’entre eux, le droit de crier vengeance et de mettre au ban de la terre des millions d’hommes et de femmes parce que leur culture, leur religion, ou leur nationalité diffèrent de la leur.

Je comprends fort bien que des milliers de famille crient vengeance, exigent la peine de mort.

Mais je n’accorde ce droit ni aux états, ni aux nations.